Xylella, il vero batterio è l’inconcludenza della politica

L’incapacità di prendere decisioni politiche anche antipopolari sta causando danni incalcolabili. Il governo regionale anziché assumere decisioni drastiche, si barcamena, sfornando leggi mediocri.

“Diciamo la verità: nel caso xylella il vero patogeno è l’inadeguatezza della politica regionale. Emiliano è in balìa delle tesi da spy-story dei suoi ex colleghi magistrati e dà la caccia ai fantasmi; la struttura tecnico scientifica che seguiva l’emergenza è stata decapitata; l’assessorato all’Agricoltura tace. In questo sfondo tragicomico il batterio killer divora il Salento e avanza indisturbato.

L’incapacità di prendere decisioni politiche anche antipopolari sta causando danni incalcolabili. Il governo regionale anziché assumere decisioni drastiche, si barcamena, sfornando leggi mediocri. Gli ulivi essiccano si, dice, ma forse non è la xylella; via all’eradicazione delle piante infette si, ma non di quelle secolari.
Insomma: si continua ad esitare, anziché affrontare l’emergenza con la dovuta drasticità e tempestività, cioè procedere con precisione chirurgica all’eradicazione delle piante infette, ancorchè secolari, per salvare il resto del patrimonio olivicolo e botanico  pugliese. Ecco perché le disposizioni contenute nel disegno di legge regionale, sono inadatte a fronteggiare l’epidemia. Una cura blanda, incapace di stroncare un’infezione diffusa e aggressiva. Con un veto ideologico, inspiegabile, all’agrogenetica e alle biotecnologie come possibile chiave di volta dell’emergenza.
La politica dovrebbe assumersi, ora come non mai, il coraggio e  la responsabilità dell’iniziativa che, in questo caso, vuol dire applicare un rigido protocollo antiepidemico: l’eradicazione e la distruzione di tutte le piante infette e di tutte quelle ospiti nel raggio di cento metri. Comprese le piante secolari veicoli del batterio killer. Nel leccese ormai è troppo tardi per salvare le piante infette, ma non possiamo darci per vinti e pensare che lo stesso destino sia ineluttabile anche per il resto della Puglia. Parliamo di 60 milioni di ulivi, di cui 15 milioni di piante secolari. L’ avanzata del batterio registra  nuovi focolai ovunque.
E del resto, ci sarà un motivo se Europa, Cnr, università di Bari, Iam, servizio fitosanitario regionale insistono sulla scelta ineludibile delle eradicazioni. Tutte le cure alternative vengono a tutt’oggi escluse dall’ Efsa . La controprova è nella storia. Nel 2013, quando la presenza del batterio fu ipotizzata dal fitopatologo Giovanni Martelli, le severe misure previste dal protocollo italiano ed europeo, cioè gli abbattimenti degli alberi malati, avrebbero potuto contenere la diffusione del batterio confinandolo nella zona di Gallipoli sud. Invece gli anni trascorsi senza fare nulla hanno allargato in modo drammatico la zona di insediamento e la stessa fascia di contenimento e adesso presentano un conto ben più pesante.
Ora, legiferare il divieto di eradicazione per gli ulivi monumentali della puglia, adottando misure di isolamento delle piante è contro la storia, contro la scienza e  soprattutto non tiene conto del grande numero del patrimonio da proteggere considerato che il batterio muta e può aggredire altre piante.
Ma soprattutto: è inopportuno  trattare un tema del genere  avendo come obiettivo ultimo l’istituzione, per legge, di una ennesima agenzia carrozzone quando, sin dall’inizio dell’emergenza, i soggetti in campo sono stati Arif e agenzia fitosanitaria regionale.
Dovremmo imparare dalla storia: la xylella non è la prima malattia che colpisce la piante ad aver completamente compromesso storia, cultura ed economia di un Paese. Un esempio su tutti il mito del tè e degli inglesi.
 Nel ‘700 Londra pullulva di coffee house. Poi, dal Kenya giunse una pianta di caffè selvatica, con una fitopatia: la ruggine del caffe. Il governo inglese sottovalutò il problema, a  causa del conservatorismo politico e delle resistenze ideologiche alla scienza  tutte la piantagioni di caffè furono distrutte.  Risultato: a fine ‘ 800 gli inglesi passarono dal caffè al tè”.
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